Negli anni 60 e 70 molti genitori italiani sembravano appartenere a un altro pianeta rispetto ai figli. Non era soltanto autorità formale. C era un codice non scritto che non li spingeva a trasformarsi in compagni di giochi o confidenti. Oggi questo fatto viene raccontato spesso come se fosse una freddezza intenzionale quando invece era, in parte, una strategia culturale e pratica che ha prodotto risultati curiosi e talvolta utili. Qui provo a spiegare il perché e a dire cosa mi sembra ancora valido, senza mitologie.
Una distanza voluta e senza spettacolo
La distanza non era recitata. Era normale. Genitori venivano da esperienze di scarsità materiale e rigore sociale. Non significa sempre che fossero più rigidi di quanto servisse. A volte avevano semplicemente meno tempo per indulgere nelle conversazioni emotive. La casa era luogo di regole e gesti pratici. Non c era bisogno di performance affettive continue per trasmettere amore.
Autorità come orizzonte, non come finale
L autorità aveva un ruolo taumaturgico che oggi è poco capito. Non era un muro eretto per il piacere del potere. Era una cornice che segnava confini prevedibili. I bambini imparavano a muoversi dentro quei limiti. Questo non elimina gli errori e gli abusi di quel tempo. Però spiega perché molti crescevano con un senso di responsabilità che oggi spesso vien liquidato come rigidità.
La funzione della distanza
Una distanza emotiva moderata ha provocato due effetti concreti. Primo effetto: autonomia precoce. I ragazzi facevano da sé, si arrangiavano, imparavano a prendere decisioni pratiche senza consultare ogni volta un adulto. Secondo effetto: le relazioni si evolvevano in modo meno confuso. L adulto restava adulto e il figlio restava apprendista della vita. Questo non è un modello perfetto ma ha prodotto adulti che sapevano lavorare e gestire frustrazioni.
Non tutto era intenzionale
Molti comportamenti venivano da inerzie sociali. La cultura del tempo dava priorità alla famiglia intesa come unità produttiva e morale. I genitori non si preparavano a essere terapeuti. E meno male. Forzare il ruolo di amico avrebbe spesso significato perdere la bussola educativa. Io penso che il ruolo genitoriale non debba essere confuso con il desiderio di essere popolari tra i figli.
Cosa succede oggi e perché non tutto è trasferibile
Adesso c è una spinta a trasformare la relazione in amicizia. Questo vale per motivi tecnologici sociali ed emotivi. Ma la confusione di ruoli può generare insicurezza. I figli che vogliono un genitore come specchio continuo rischiano di non trovare una guida salda quando serve. Non nego che ci siano genitori moderni bravissimi nel combinare autorevolezza ed empatia. Ma la tendenza generale a voler diventare il miglior amico del figlio merita una pausa di riflessione.
Non è un invito al ritorno al passato
Non propongo di imitare pedissequamente gli anni 60 e 70. Le condizioni sociali e le conoscenze psicologiche sono diverse. Però credo che ci sia saggezza in alcuni aspetti: chiarezza dei ruoli responsabilità ben definite e limiti coerenti. Il punto è integrare quella lucidità con l ascolto e la cura che oggi sappiamo essere fondamentali. Come farlo è la vera sfida.
Piccole regole che si possono ripescare
Non sto tracciando una lista universale. Vorrei solo che chi legge pensi a un principio semplice. La presenza non significa piaggeria. La fermezza non è sinonimo di freddezza. Restituire al ruolo genitoriale dignità e consistenza può rendere la relazione più solida. Le migliori lezioni non sono quelle dette mille volte ma quelle che si capiscono vivendo.
| Idea chiave | Che significava negli anni 60 e 70 | Cosa tenere oggi |
|---|---|---|
| Distanza funzionale | Ruoli chiari e prevedibili. | Limiti coerenti e autonomia progressiva. |
| Presenza pratica | Gestione quotidiana e responsabilità. | Disponibilità concreta oltre alle parole. |
| Autorità non spettacolare | Confine educativo senza ricerca di consenso. | Autorità spiegata e motivata non imposta. |
Domande aperte
Resta un interrogativo. Quanto della nostalgia per quel modello è reale e quanto è una reinterpretazione ideale? Non ho risposta definitiva. Però credo sia utile osservare senza mitizzare. Da qui si può ricostruire qualcosa di pratico e umano.
FAQ
Perché i genitori di allora non cercavano di essere amici dei figli?
Per ragioni di contesto economico sociale e culturale. La funzione primaria era governare la casa e trasmettere norme utili. L amicizia richiede un tipo di disponibilità emotiva che molti non potevano garantire. Non era necessariamente cattiveria ma priorità diverse.
Quali benefici reali derivavano da quella distanza?
I benefici sono stati soprattutto pratici. Autonomia nei compiti quotidiani responsabilità personale e confini chiari. Questo ha aiutato molti giovani a sviluppare resilienza. Naturalmente non è una ricetta magica e non elimina le ingiustizie o gli errori educativi.
Si può conciliare il modello di allora con la sensibilità moderna?
Sì. Il punto è integrare la chiarezza di ruolo con l ascolto e la cura. Dare spiegazioni coerenti esercitare limiti e al tempo stesso essere disponibili al dialogo. Il risultato è una relazione più matura che non si riduce a spettacolo emotivo.
Cosa rischia chi oggi pretende di essere amico del figlio?
Rischia di perdere autorevolezza quando servirebbe una guida. Il confondere ruoli può generare ambiguità nei limiti e nelle responsabilità. I figli possono percepire instabilità e questo non aiuta lo sviluppo di autonomia.
Quale elemento degli anni 60 e 70 consiglierei di recuperare?
La coerenza. Non l autoritarismo gratuito. Restituire valore alla parola data e alle regole spiegate. Quando i limiti sono giusti diventano terreno per la libertà e non una gabbia.