È una frase che senti spesso nei bar e nelle riunioni di famiglia. Chi è nato o ha passato l’infanzia negli anni 60 e 70 racconta ricordi che sembrano appartenere a un film con una pellicola consumata. Ma non è solo nostalgia. La percezione dell’infanzia è cambiata profondamente e non sempre per gli stessi motivi che i post sui social ci spingono a credere.
Un panorama familiare diverso
Nelle città e nei paesi di allora le reti familiari erano più fitte. Non sempre migliori. Ma più immediate. I nonni abitavano spesso vicino. I vicini sapevano quando mancavi da scuola. Le famiglie avevano confini meno netti. Questo ha lasciato una traccia: il ricordo di una sicurezza distribuita. Quando parlo con persone di quella generazione ascolto storie dove il controllo collettivo e il senso di responsabilità comune erano più evidenti. Oggi quel controllo ha altra forma. È digitale, frammentato, gestito da applicazioni e algoritmi che non hanno tempo per ascoltare una voce stanca.
Libertà vigilata
Molti racconti vertono su giochi per strada, esplorazioni e regole non scritte. Non voglio idealizzare. Quei giochi spesso nascondevano pericoli reali e povertà. Eppure chi è cresciuto allora percepisce quell’infanzia come libera perché l’orizzonte cognitivo dell’epoca era diverso. La libertà aveva limiti materiali e sociali tangibili. Oggi la libertà è estesa e delegata. I genitori misurano rischi con strumenti che non avevano, ma sono spinti da un’ansia nuova, spesso commerciale. Il risultato è che i bambini contemporanei possono avere più opportunità e meno autonomia.
I tempi, la tecnologia e il modo in cui ricordiamo
Una differenza fondamentale sta nel rapporto con il tempo. Gli anni 60 e 70 avevano un tempo più dilatato. Le giornate si dilungavano senza notifiche che le spezzassero. Questo non significa che fosse tutto più semplice. Significa che gli adulti avevano meno strumenti per imporsi come figure onnipresenti. Questo ha prodotto memorie più pulite nelle persone di oggi. Le nostre memorie non sono neutrali. Sono plasmate da ciò che abbiamo potuto osservare e da cosa ci è stato raccontato di quegli anni.
La tecnologia non è la sola colpevole
Quando dico che la tecnologia ha cambiato tutto non voglio ridurre il discorso ai televisori o ai primi videoregistratori. Biomasse sociali si sono riorganizzate. Il lavoro è cambiato. Le città sono cambiate. Le politiche sociali si sono mutate. Tutto questo ha trasformato il modo in cui si cresce. Chi veniva da famiglie operaie spesso sviluppava una resilienza pratica diversa rispetto a chi cresceva in contesti più agiati. Oggi questa linea divide ma si presenta con nuove sfumature. I fattori economici restano centrali ma si intrecciano con il capitale culturale digitale.
La mia osservazione personale
Parlando con mia zia mi sono accorto di un dettaglio che pochi sottolineano. Le storie che la emozionano non sono sempre i grandi eventi storici. Sono piccole scene: un pranzo attorno a una tavola consunta, il rumore delle chiavi, la fila alla farmacia. Questi dettagli funzionano come tessere che riattivano un senso di appartenenza. I giovani di oggi coltivano memorie attraverso immagini digitali. Entrambe le strade sono vere ma conducono a sensazioni diverse. Io credo che perdiamo qualcosa quando tutto diventa facilmente documentabile e quindi meno misterioso.
Cosa resta aperto
Non è detto che la visione nostalgica sia sbagliata. Né che la nuova maniera di crescere sia intrinsecamente migliore. Ci sono vantaggi innegabili nel maggiore accesso all’informazione e nelle speranze di mobilità sociale. Ma la perdita di ritmi collettivi ha conseguenze che non sono immediatamente misurabili. Forse avremo bisogno di inventare nuove forme di comunità che non siano soltanto gruppi online ma pratiche di vicinanza reale adatte al mondo contemporaneo.
Conclusione provocatoria
Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 vede l’infanzia diversamente perché ha avuto accesso a una miscela unica di rapporti sociali tempo e limitazioni materiali. Non è solo un fatto emotivo. È una questione di struttura sociale. Pensare che basti una buona app per ricreare quei legami è una semplificazione che rischia di allontanarci ancora di più da ciò che realmente conta: la capacità di costruire fiducia duratura. Non so se torneremo indietro o se costruiremo qualcosa di meglio. So solo che vale la pena guardare ai racconti con meno tolleranza per la retorica e più attenzione per i dettagli.
| Aspetto | Come cambiava allora | Come cambia oggi |
|---|---|---|
| Rete familiare | Fitta e visibile ogni giorno | Frammentata digitale e spesso geografica |
| Tempo | Più dilatato e meno interrotto | Spezzato da notifiche e impegni diversi |
| Autonomia dei bambini | Pratica e spesso responsabilizzante | Più sorvegliata e mediata |
| Ricordo | Basato su scene quotidiane e tattili | Documentato e selettivo |
FAQ
Perché chi è cresciuto negli anni 60 e 70 tende a idealizzare l’infanzia?
Perché la memoria seleziona dettagli che funzionano da ancoraggi emotivi. La mancanza di sovraesposizione mediatica permette che piccole scene domestiche assumano un valore simbolico. A questo si aggiunge la funzione sociale di quei ricordi che servono a mantenere identità e coesione familiare. Idealizzare non è sempre sinonimo di falsificazione. Spesso è un modo per dare senso al proprio passato.
Gli adulti di oggi capiscono male quei racconti?
Non è questione di capire male. Piuttosto la distanza delle esperienze rende difficile la condivisione immediata. I giovani possono sentire quelle storie come estranee o sbrigative. Ma c’è spazio per l’ascolto critico che non si limiti a giudizio. Provare a ricomporre i contesti storici e materiali aiuta a comprendere la portata di certi ricordi.
Ci sono aspetti positivi della nuova infanzia moderna?
Sì molte opportunità e risorse sono oggi disponibili che una volta erano impensabili. L’accesso alla conoscenza e la mobilità sociale sono reali. Il punto è che questi benefici convivono con nuove fragilità e con una diversa qualità delle relazioni. La sfida sta nel conservare pratiche di vicinanza e solidarietà nell’era digitale.
Quanto conta il contesto economico nella differenza di visione?
Conta moltissimo. Le condizioni economiche determinano l’accesso a opportunità il tipo di responsabilità assegnate ai bambini e la capacità di costruire reti di supporto. Gli anni 60 e 70 presentavano modelli di lavoro e welfare diversi che hanno inciso sulle esperienze familiari. Oggi i cambiamenti economici ridefiniscono ruoli e aspettative.
Qual è un primo passo pratico per colmare il divario tra generazioni?
Iniziare con l’ascolto autentico senza voler correggere o semplificare. Raccontare storie ma anche spiegare contesti. Creare occasioni in cui adulti e giovani sperimentino insieme attività reali. Non è una soluzione rapida ma è un modo per rinnovare legami senza cadere nella retorica.