Non è un romanzetto apocalittico: è il risultato di una strategia industriale che ha avuto successo perfino troppo bene. Negli ultimi anni la produzione cinese di pannelli fotovoltaici ha dominato il mercato globale in modo quasi totale. Il meccanismo classico del mercato ha però fatto il suo lavoro: quando l offerta schiaccia la domanda i prezzi precipitano e il risultato non è solo buona energia più economica sulla carta ma aziende che sanguinano utili e stabilità industriale. E oggi la Cina è costretta a fare quello che in privato molti manager ammettono a bassa voce: chiudere linee e impianti per fermare la guerra dei prezzi.
Il paradosso produttivo
Raccontare questa storia come un semplice problema di numeri sarebbe limitante. Sì, i gigawatt prodotti superano abbondantemente la domanda reale in alcune finestre temporali, e sì, i listini al kilowatt sono scesi a livelli che sembrano storici. Ma non è solo un fatto tecnico da tabella Excel. È una scelta che ha combinato industrial policy, competizione territoriale e la volontà — talvolta disperata — di mantenere posti di lavoro locali. Le regioni cinesi hanno spinto investimenti, i costruttori hanno replicato impianti come se fossero risposte a una gara di velocità. Finché c era domanda la macchina girava; quando il mercato ha rallentato la stessa macchina è diventata un sovraccarico.
Non solo sovraccapacità: una dinamica sociale
Ho visto impianti dove la linea produttiva era nuova e brillante mentre mezz ora di macchina dopo i supervisori parlavano di turnover, di famiglie che contano sul reddito della fabbrica, di città che non possono permettersi un collasso. Questo spiega perché il governo centrale si trova spesso tra due fuochi: da un lato la necessità di disciplinare il mercato, dall altro la pressione locale per evitare chiusure che significano tensioni sociali e perdita di consenso. Così nascono misure che in teoria dovrebbero razionalizzare la produzione ma che nella pratica si trasformano in piani morbidi e statuari.
Chiudere fabbriche per fermare la caduta dei prezzi
È paradossale ma reale: ridurre l offerta per sostenere i prezzi. La Cina ha iniziato a chiedere alle imprese di contenere la competizione distruttiva e a esortare fusioni o chiusure mirate. Non è protezionismo classico, è gestione del danno. Quando ho chiesto a un analista europeo cosa aspettarsi, la risposta è stata fredda ma lucida: una riorganizzazione forzata, con alcune grandi aziende che assorbiranno attività e tante piccole che scompariranno. È l ordine che segue il caos.
Current measures lack sufficient substance to impact the already established online manufacturing capacity which is the primary reason international PV module and input pricing remain so low. Joseph Johnson Associate Director for Market Intelligence Clean Energy Associates.
Questa affermazione non arriva da una voce di corridoio ma da un esperto con accesso ai dati di mercato. L analisi di Johnson mette un dito sulla ferita: è difficile cambiare rapidamente una capacità produttiva già online. Le fabbriche non si spengono come una lampadina.
La parte tecnica che pochi raccontano
Il costo di un pannello non è mai soltanto vetro e silicio. Dietro c è una catena che va dalla produzione del polisilicio alla trasformazione in wafer fino all assemblaggio finale. Quando il prezzo globale scende sotto una certa soglia, le linee più vecchie (con tecnologie meno efficienti) diventano immediatamente non redditizie. Le grandi aziende possono sopportare il colpo per un periodo più lungo grazie a volumi e integrazione verticale. Le medie e piccole no. Il risultato è che il mercato tende a consolidare, ma il processo è doloroso per l occupazione e per la filiera locale.
Perché la Cina può permettersi di giocare questa partita
Non perché siano magnanimi o perché abbiano una strategia romantica del clima. Perché il controllo del mercato globale del fotovoltaico dà loro leva politica ed economica. Sapere di poter modulare l offerta internazionale con le proprie decisioni dà un potere che va oltre il semplice profitto: condiziona politiche energetiche, investimenti e la capacità di altri paesi di decarbonizzare in tempi rapidi. Detto brutalmente: il costo energetico globale e la capacità di installare impianti dipendono anche da quanto Pechino decide di vendere a prezzo stracciato e per quanto ancora sopporta perdite.
Una scelta che non piace a tutti
La mossa di chiedere chiusure mirate e disciplinare la concorrenza incontra resistenza. Le autorità locali non vogliono vedere fabbriche spente. Le aziende medie non vogliono essere fagocitate. E i mercati internazionali esultano per prezzi bassi che favoriscono installazioni veloci ma riducono margini e indirizzano investimenti verso modelli dominati da pochi player potenti.
Quali saranno le conseguenze per l Europa e per l Italia
Il corto termine è ambiguo. Prezzi più alti rallentano alcuni progetti ma ristabiliscono margini che permettono investimenti in qualità e R amp D. Per l Italia la lezione è doppia: da un lato l opportunità di riaprire una discussione industriale sul valore aggiunto locale e sui segmenti della filiera che conviene mantenere controllati. Dall altro la necessità di non illudersi che la geopolitica dei pannelli sia neutra. Se la Cina stringe i cordoni della produzione e recupera prezzi, nel medio termine vedremo una correzione dei costi che rimescola i piani di investimento delle aziende italiane e dei grandi progetti infrastrutturali.
Due scenari possibili e la mia opinione
Uno scenario è quello di una stretta controllata: chiusure mirate, consolidamento e ritorno progressivo a prezzi più sani. Un altro è il caos politico sul territorio che impone ritardi e sussidi locali, con stagioni di instabilità dei prezzi. Io credo che la Cina seguirà la via pragmatica: limiterà capacità obsoleta e favorirà aziende competitive. Ma non sarà una transizione lineare. Ci saranno battute d arresto, ritorsioni commerciali e opportunità per chi saprà diversificare la propria filiera.
Perché questa storia non finisce con l azzeramento dei prezzi
La tecnologia continua a migliorare e i cicli di investimento reagiscono a incentivi fiscali e a normative. Il fatto che la Cina ora parli di chiudere fabbriche significa che il mercato ha raggiunto un punto di svolta. Non si torna alla situazione precedente come se nulla fosse; cambiano gli assetti, i rapporti di forza e le priorità di investimento. Il vero nodo è se questa ristrutturazione creerà spazio per produttori più responsabili e resilienti o se invece rafforzerà la centralità di pochi colossi.
Conclusione provvisoria
Non ho la bacchetta magica, e nemmeno voglio offrire spiegazioni semplicistiche. Quello che vedo è una dinamica che mischia economia reale, politica industriale e scelte sociali. La Cina ha messo sul mercato così tanti pannelli che i prezzi sono crollati. Ora la stessa Cina prova a tornare indietro ma non può farlo senza pagare dei costi. È un momento di transizione. Il fatto che sia doloroso non significa che non sia necessario.
Riepilogo sintetico
| Aspetto | Punto chiave |
|---|---|
| Cause | Espansione massiccia della capacità produttiva sostenuta da politiche locali e integrazione verticale. |
| Effetto immediato | Crollo dei prezzi e profitti negativi per molte aziende. |
| Mossa cinese | Indicazioni a contenere l espansione e chiudere impianti obsoleti per stabilizzare il mercato. |
| Impatto sull Italia | Rischio di rimescolamento degli investimenti e opportunità per segmenti di filiera ad alto valore aggiunto. |
| Probabile esito | Consolidamento del settore con perdite aziendali ma recupero parziale dei prezzi. |
FAQ
Perché la Cina ha prodotto così tanti pannelli?
La combinazione di politiche industriali locali che incentivavano investimenti, costi di produzione molto bassi e la strategia di conquistare mercati esteri ha spinto una rapida espansione della capacità produttiva. Quando la domanda globale si è stabilizzata o è cresciuta meno rapidamente, l offerta ha finito per eccedere la domanda creando sovraccapacità.
Chi paga il prezzo di queste chiusure?
Nel breve termine le vittime sono le imprese medie e i lavoratori nelle zone più dipendenti dall industria fotovoltaica. Nel medio termine potrebbero essere i fornitori di componentistica e paesi che avevano puntato su prezzi ultra bassi per accelerare installazioni. Le grandi aziende integrate possono assorbire meglio lo shock ma non sono immuni.
I prezzi aumenteranno subito se le fabbriche chiudono?
Non necessariamente e non immediatamente. Le chiusure prendono tempo e le scorte esistenti continuano a comprimere i listini. Inoltre la Cina ha strumenti per modulare l offerta gradualmente. Tuttavia, se le decisioni saranno efficaci, è probabile che nei mesi successivi ai primi interventi si registri una stabilizzazione e poi un recupero dei prezzi.
Cosa può fare l Italia per non restare indietro?
Investire in segmenti della filiera con alto valore aggiunto come ricerca materiali applicazioni integrate e servizi di gestione impianti. Ridisegnare la politica industriale in modo pragmatico significa puntare su competenze che non siano facilmente delocalizzabili e favorire partnership europee per ridurre la dipendenza da un unico fornitore globale.
Questo cambiamento è positivo per la transizione energetica?
Dipende. Prezzi troppo bassi possono accelerare installazioni ma erodono capacità produttiva sostenibile e innovazione. Prezzi più stabili possono favorire investimenti in qualità e R amp D che portano a installazioni più efficienti. In sintesi non è banale dire se il risultato sarà positivo o negativo: molto dipenderà da come verrà gestita la ristrutturazione.
Quanto durerà questa fase di ristrutturazione?
Non esiste un orologio preciso. Le dinamiche dipendono da politiche governative, risposta delle aziende e andamento della domanda globale. Probabilmente si tratta di anni e non di settimane. Ci saranno fasi di assestamento e momenti di accelerazione a seconda delle scelte politiche e commerciali.