Non è una prova per la televisione e neppure un test di sensibilità. È il tipo di frase che sento ripetere in studio quando una persona cerca di tenere dentro un passato che la disturba ma non lo vuole chiamare per nome. La psicoanalisi direbbe una cosa, la neuroscienza unaltra, e il senso comune spesso finisce per evitare il problema con garbo. Io invece non faccio sconti: se riconosci questa frase nella tua vita, non è un segno di debolezza. È un dispositivo di sopravvivenza implacabile che ti ha dato qualcosa in cambio e ora ti chiede di restituirlo.
La frase che ascolto più spesso
La frase cambia tono, ma la struttura è la stessa. Arriva sotto forma di negazione con un particolare calore: Non è successo niente. Oppure ricorre come minimizzazione: Era solo un brutto periodo. A volte si presenta come colpevolizzazione: Forse lho esagerato io. È una frase che protegge laltro, il genitore, la casa, lintegrità dellinfanzia. È anche una frase che isola chi la pronuncia.
Perché quella frase non è innocua
Quando dico ai miei pazienti che quella frase nasconde qualcosa di importante, molti sorridono come per dire grazie ma non grazie. La realtà è che la negazione sistematica di un vissuto doloroso riorganizza la memoria emotiva e i modelli relazionali. Non sempre la gente dimentica per assenza di ricordi. A volte la memoria resta attiva sotto forma di tensioni, sogni ricorrenti, scelte affettive che sembrano sbagliate ma hanno una logica interna ben precisa.
Everybody who gets hurt at home tries to pretend it’s normal to everybody else. Dr Bessel van der Kolk Psychiatrist and Professor Boston University School of Medicine.
La voce di un esperto non annulla lesperienza personale, ma chiarisce una cosa: il silenzio non significa che il dolore non esista. Basta ascoltare come il corpo racconta. Non tutto è detto con le parole.
Come suona questo meccanismo nella vita di tutti i giorni
Ti porto un esempio che non è un caso clinico ma un collage di casi reali. Arriva una persona che da anni evita discussioni importanti perché in famiglia si era imparato che sollevare problemi significava peggiorare le cose. La frase che ho citato appare come un mantra. Io la chiamo frase di neutralizzazione. È come se qualcuno avesse installato un antivirus emotivo che blocca qualsiasi allarme. Funziona a breve termine, ma nel tempo produce malfunzionamenti: isolamento emotivo, ipercontrollo, difficoltà a fidarsi.
Non è una questione di memoria perfetta
Cè un falso mito che dobbiamo sfatare subito. Reprimere non vuol dire cancellare come con una gomma. Reprimere significa distribuire il peso del ricordo in altri luoghi: nel corpo, nella scelta del partner, nella modalità di lavoro. Questi spostamenti creano un elenco di conseguenze non sempre ovvie che finiscono per sembrare il problema principale, mentre il cuore della questione rimane nascosto dietro una frase che sembra innocua.
Perché la frase è così potente socialmente
Viviamo in una cultura che ha imparato a premiare la resilienza come se fosse un merito morale. Dire che qualcosa non è successo spesso salva il posto a tavola, il lavoro, limpensabile routine emotiva. Ma è una resilienza che costa. È un risparmio di emozioni che poi si ripaga in nodi di relazione e confusione interiore. Dirlo alto significa rompere un equilibrio che lavora per proteggere i vivi e allo stesso tempo lasciare alla deriva chi soffre.
Un punto controverso che non chiudo
Non credo che ogni negazione porti automaticamente a un disturbo. Ci sono forme di adattamento che funzionano per anni e che consentono di vivere. Il problema nasce quando la frase diventa il filtro unico attraverso cui si decide cosa è vero e cosa no. In quel momento si costruisce un mondo parallelo che protegge lorigine del trauma e inquina ogni relazione.
Qualche indicazione pratica dal mio lavoro
Non è un elenco di istruzioni mediche ma osservazioni raccolte in studio. La frase di repressione si interrompe raramente con la logica. Si interrompe con piccoli incontri di verità quotidiana: un esito emozionale diverso in una relazione, una giornata in cui il corpo non reagisce come al solito, una memoria che ritorna meno minacciosa. Lho visto moltissime volte: la parola alternativa che sostituisce la negazione non deve essere grandiosa. Basta diventare meno perfetti nel mentirsi.
La responsabilità sociale
Non tutto è privato. Le famiglie, le scuole e i luoghi di lavoro costruiscono contesti che rendono più o meno probabile che qualcuno usi la frase per sopravvivere. È un fatto politico oltre che clinico. Non mi interessa stilare una lista di colpevoli, ma sostenere che contesti più onesti e meno performativi riducono la necessità di frasi così protettive.
Riflessioni finali
Se ti riconosci in quella frase non è detto che tu debba fare qualcosa di drastico. Ma è utile sapere che esiste. Sapere è la prima mossa che ti permette di scegliere. Come clinico ho sviluppato una certa impazienza verso i grandi proclami guaritori. Preferisco la pazienza del dettaglio, il lavoro lento che smonta la frase pezzo per pezzo, senza drammatizzarla né banalizzarla.
Alla fine resta una domanda aperta che lascio qui per chi legge: quanto della nostra stabilità quotidiana è costruita su omissioni condivise e quanto possiamo permetterci di restituire senza crollare del tutto? Non ho risposta universale e non voglio averla. Ho solo la convinzione che la frase cerchi un interlocutore che non la giudichi ma la ascolti.
Tabella riassuntiva
| Elemento | Cosa indica |
|---|---|
| La frase tipica | Negazione minimizzazione o colpevolizzazione che protegge un passato doloroso. |
| Effetto a breve | Riduzione del conflitto e mantenimento della relazione con la fonte del danno. |
| Effetto a lungo | Somatizzazioni, isolamento emotivo, scelte relazionali disfunzionali. |
| Segnale di cambiamento | Quando la frase non basta più e il corpo protesta con sintomi o comportamenti ripetuti. |
FAQ
Come riconoscere se quella frase è una copertura o una verità?
Non esiste un test unico. Osserva il pattern nel tempo. Se la frase ritorna ogni volta che emerge un tema sensibile probabilmente è un meccanismo difensivo. Se compare solo sporadicamente e non influenza le relazioni importanti allora potrebbe essere una minimizzazione passeggera. Il dato clinico utile è la ripetizione e limpatto sulla vita emotiva.
È possibile convivere con questa forma di repressione senza cercare cambiamento?
Sì. Molte persone vivono anni in equilibrio così. Il problema non è tanto la convivenza quanto lattesa che quel dispositivo non produca effetti collaterali. Se limpatto sulla qualità di vita resta basso non è detto che sia necessario intervenire. La scelta è personale e dipende dal peso che si è disposti a portare.
Si tratta sempre di traumi gravi?
Non necessariamente. A volte una serie di strategie relazionali ripetute e non risolte ha lo stesso effetto di un singolo evento grave. Il concetto di trauma è ampio e comprende anche la scomposizione relazionale prolungata e la perdita di sicurezza affettiva ripetuta nel tempo.
Come cambia la comunicazione con chi usa questa frase?
La comunicazione più efficace in studio è empatica ma non collusa. Mettere in luce la frase senza accusare permette di creare uno spazio in cui emergono piccoli frammenti di verità. Non servono grandi discorsi. Serve buona arguzia clinica e una pazienza attiva.
Chi deve essere coinvolto nel processo di cambiamento?
Non esiste una regola fissa. Talvolta il lavoro rimane individuale. Altre volte coinvolgere un partner o un genitore può essere utile. È però una decisione che va ponderata caso per caso e che spesso necessita di guida esperta per evitare riattivazioni dolorose.
Che ruolo ha la cultura nella persistenza della frase?
La cultura stabilisce quali ferite sono ammesse e quali no. Società che stigmatizzano il conflitto familiare favoriscono il ricorso a frasi neutre e protettive. Rendere normali conversazioni più oneste riduce la necessità di meccanismi di difesa così potenti.