Quando parlo con amici nati negli anni 70 mi sembra di sfogliare un vecchio album di foto che odora di polvere e di gomma da cancellare. Non si tratta solo di nostalgia. Cè qualcosa di concreto che si è smarrito tra il cortile e lo smartphone: la cosiddetta competenza del buon senso. The Lost Skill of Common Sense: Lessons from 70s Childhoods non è solo un titolo pettinato per evocare epoche dorate. È una provocazione. E io voglio vedere cosa resta davvero di quella scuola pratica di vita che non ti insegnavano sui libri ma sul campo.
Perche gli anni 70 fanno ancora scuola
NellItalia dei miei ricordi gli errori erano considerati esercizi. Cadere dalla bici significava imparare a tenere il manubrio in modo diverso. Nessuno ti dava quattro tutorial su come non cadere. Ti dicevano che fa male e poi ti rimandavano fuori. Cè un valore in quel metodo che oggi si fatica a spiegare senza sembrare cinici. Da bambini imparavamo a risolvere problemi concreti con strumenti economici e idee semplici. Non servivano app. Serveva ingegno, tempo e la capacità di mettersi in gioco.
Il coraggio di arrangiarsi
Arrangiarsi non è solo sopravvivere senza risorse. È inventare soluzioni che funzionano nella realtà, accettare una dose di rischio misurato e capire quando chiedere aiuto. Ho visto ragazzi riparare biciclette con pezzi trovati per strada, creare giochi con materiali di scarto, barattare competenze semplici. Non era romanticismo di povertà. Era pratica quotidiana che forgiava giudizio.
Cosa abbiamo perduto e perche i sintomi sono ovvi
Oggi molte decisioni banali vengono esternalizzate a strumenti digitali. Le mappe dicono dove andare. Le recensioni dicono dove mangiare. Ma il problema non è la tecnologia. Il problema è che abbiamo dismesso lallenamento a valutare le informazioni sul posto, a fidarci dellolfatto o della vista, a intuire quando qualcosa non torna. Questo non produce solo incompetenza tecnica. Produce una generazione meno incline a sperimentare, più vulnerabile alle semplificazioni e alle risposte preconfezionate.
Un esempio domestico
Una volta il pane raffermo diventava pangrattato, oggi viene scartato dopo aver consultato il gruppo di quartiere. Cosa non torna qui? Non lo so del tutto e non voglio moralizzare. Ma sento che cè una perdita di autonomia che pesa più del valore economico.
Le lezioni concrete che possiamo recuperare
Non propongo un ritorno al passato. Non voglio che i bambini vadano di nuovo per strada senza supervisione. Ma ci sono pratiche che si possono reintrodurre per ricostruire il tessuto del buon senso. Lasciare che i ragazzi prendano piccole decisioni che contano. Insegnare a valutare rischi con criteri semplici. Incoraggiare lavori manuali anche in chi vive in un appartamento con una connessione veloce. Piccole resistenze alla logica dellimmediato generano il tempo necessario per pensare e capire.
Non tutto era perfetto
Va detto chiaramente. Gli anni 70 non erano una macchina del tempo ideale. Cera anche tanto spreco, rigidità e ineguaglianza. Ma riconoscere i difetti non deve esimerci dallo scegliere cosa salvare. Credo che il buon senso sia una competenza addestrabile, non un dono ereditato da qualche generazione migliore.
Una sfida politica e culturale
Ripristinare il buon senso significa ripensare scuole e spazi urbani. Non parlo solo di laboratori manuali ma di occasioni dove il ragionamento pratico sia valorizzato. Le istituzioni possono facilitare, ma la trasformazione parte da abitudini quotidiane, conversazioni familiari e disponibilità a fare errori calcolati.
Io sono per una reintroduzione selettiva di pratiche antiche. Non voglio un museo vivente di cattive abitudini. Voglio un laboratorio in cui il buon senso torni a essere praticabile e misurabile. E poi, lo ammetto, mi divertirebbe vedere qualche adulto moderno provare a riparare un rubinetto senza chiamare un professionista immediatamente.
| Idea | Perche conta | Come provare |
|---|---|---|
| Decisioni pratiche in piccolo | Allena giudizio e responsabilita | Incaricare i ragazzi di compiti domestici con scelte da fare |
| Lavoro manuale | Sviluppa problem solving concreto | Laboratori scolastici e spazi di quartiere |
| Esperienza diretta | Riduce la dipendenza da risposte esterne | Progetti di cittadinanza attiva e riparazione collettiva |
FAQ
Perche il buon senso si chiama competenza perduta?
Chiamarla persa è una provocazione narrativa ma ha radici reali. Molte pratiche che una volta venivano trasmesse per esperienza sono oggi rare. La perdita è sia materiale sia culturale. Materiale perché alcuni saperi non si praticano piu. Culturale perché le strutture sociali privilegiano soluzioni facili. Detto questo non è irreversibile e dipende da azioni concrete nella vita quotidiana.
Non rischiamo di idealizzare gli anni 70?
Sì rischiamo e bisogna evitarlo. Gli anni 70 erano contraddittori. Ma isolare pratiche utili non equivale a santificare un periodo. Il punto è selezionare strumenti pratici che funzionano ancora. Non si tratta di nostalgia ma di valutare utilita e costo delle abitudini perdute.
Come posso insegnare buon senso ai miei figli senza essere severo?
Iniziare da piccole scelte che non hanno conseguenze gravi. Lasciare che sperimentino, falliscano e correggano. Spiegare i criteri dietro le decisioni invece di imporre regole come formula. Il buon senso cresce con la responsabilita progressiva e con limpegno a discutere gli errori senza drammi esagerati.
Il digitale è il nemico del buon senso?
Non necessariamente. La tecnologia consente molte cose utili ma diventa problema quando sostituisce il giudizio. Il vero pericolo è la delega totale. Il rimedio è luso consapevole: combinare strumenti digitali con esperienze pratiche reali per verificare le informazioni e sperimentare soluzioni.
Quale primo passo pratico posso fare oggi?
Scegliere una piccola attivita quotidiana da gestire senza aiuti esterni. Riparare un oggetto, cucinare senza ricetta, orientarsi senza navigatore per un breve tragitto. Non serve trasformare la vita in una sfida eroica. Serve riprendere la pratica del provare e correggere.