Rido mentre scrivo e non so se è colpa della nostalgia o della stanchezza di vedere tutto prendere sul serio. La risata autoironica oggi sembra un genere antiquato. Eppure non è solo una questione di gusto. Esiste un cambiamento culturale profondo che ha fatto sì che la nostra capacità di ridere di noi stessi sia lentamente evaporata. In questo pezzo provo a spiegare perché e perché gli anni 70 offrivano un antidoto che oggi abbiamo delegittimato.
La lente della vergogna che non ci lascia respirare
Viviamo in una società dove ogni errore diventa prova, ogni caduta può essere trasformata in condanna digitale. La risata su se stessi richiede rischio sociale. Negli anni 70 quel rischio era gestito con leggerezza e una certa spregiudicatezza che oggi chiamerei coraggio civile. Oggi il rischio viene sempre pesato sulla bilancia dell’immagine pubblica e spesso la paura di perdere consenso zittisce il battito comico della vita quotidiana.
Non è nostalgia della polvere
Non sto qui a dire che tutto degli anni 70 fosse perfetto. Ma c’era una libertà di autoironia che si manifestava dalle canzoni fino alla televisione. L’ironia funzionava come una valvola di sfogo collettiva. Si rideva di pregiudizi e di proprie ipocrisie senza sentirsi immediatamente condannati. Una frase di Charlie Chaplin viene in mente e voglio citarla perché è indossata da molti come mantra. Un giorno disse che un giorno senza una risata era un giorno perso. Non è un manuale ma è un promemoria.
La politica del ridicolo come terapia sociale
Nel decennio che guardo con attenzione la satira non era mai neutra. Era scomoda ma possibile. Giocava con simboli e ruoli e accettava la contraddizione. La satira autoironica non proteggeva l élite. La metteva in imbarazzo in modo gentile e feroce al tempo stesso. Oggi la satira spesso si ritrae per paura di ritorsioni legali o mediatiche. Questo ha creato un vuoto che viene riempito da umorismi estremi o da aggressività mascherata da comicità.
Impatto sulla conversazione quotidiana
La perdita della capacità di ridere di se stessi non è soltanto un peccato estetico. È un sintomo. Parentesi strette. Ridere di sé facilita il dialogo. Apre una crepa nella corazza. Senza quella crepa la conversazione diventa performativa. Una persona che scherza su un piccolo difetto è spesso più affidabile di chi si difende ostinatamente. L autostima difesa a oltranza diventa immagine e non respiro.
Cosa facevano meglio gli anni 70
Primo. Si tollerava l imperfezione come condizione umana. Secondo. La cultura pop imponeva gusti che non si prendevano troppo sul serio. Terzo. I comici e gli autori sperimentavano con linguaggi che oggi verrebbero classificati immediatamente. Questo non significa che gli anni 70 fossero etici per forza ma significava che la commedia aveva spazio e non doveva sempre chiedere permesso prima di esistere.
Una lezione pratica
Recuperare questo spirito non è rievocare costumi vintage o vestirsi con pantaloni a zampa. È accettare che l autoironia sia anche esercizio di responsabilità emotiva. Non significa autoannullamento. Significa bilanciare la serietà con la capacità di sorridere quando si riconosce la propria contraddizione.
Ci sono ostacoli reali. La cultura digitale premia l indignazione. Gli algoritmi serbano memoria eterna. Ma la memoria eterna non è garanzia di verità. Gli anni 70 avevano un tempo più corto per reagire. Questo favoriva la risata come risposta immediata e collettiva. Oggi la reazione è spesso a distanza di giorni e intanto la ferita si infiamma.
| Tema | Impatto |
|---|---|
| Autoironia | Favorisce empatia e dialogo |
| Satira anni 70 | Più audace e permeabile alle contraddizioni |
| Clima digitale | Rende la presa in giro rischiosa e permanente |
| Possibile recupero | Richiede coraggio personale e spazi sicuri |
FAQ
Perché oggi ridere di se stessi è così raro?
La rarità nasce da un mix di paure sociali e meccanismi digitali. Le persone ponderano ogni parola più di una volta perché l esposizione può essere lunga e incontrollabile. Inoltre la cultura dell immagine ha trasformato l errore in fragilità da nascondere. Per cambiare serve pratica collettiva e una diversa percezione del rischio.
Gli anni 70 erano davvero più liberi o ci inventiamo una memoria dorata?
Non tutto è rosa negli anni 70 e non sto smaltendo responsabilità storiche. Ma c era un ecosistema culturale che permetteva più libertà espressiva. Le strutture mediatiche e la convivenza tra radio teatro e televisione creavano momenti condivisi che attutivano la drammaticità dell errore. La memoria qui non è perfetta ma indica una direzione possibile.
Come possiamo recuperare l autoironia a livello personale?
Si comincia con piccoli esercizi quotidiani. Raccontare un episodio imbarazzante senza chiedere perdono. Prendere in giro una propria abitudine senza maschere. Non cercare l applauso ma osservare la conversazione che cambia. La pratica però richiede contesti tolleranti e amici che capiscano la differenza tra gioco e offesa.
La satira può tornare a essere un bene comune?
Sì ma non ritornerà per decreto. Serve spazio pubblico che tolleri l ambiguità e una dose di pazienza politica. Serve anche che gli strumenti digitali smettano di premiare solo la rabbia. È un lavoro lento ma possibile. Non è un progetto di facciata ma una questione di civiltà comunicativa.
Ci sono rischi nel promuovere l autoironia?
Sì. L autoironia può essere usata per banalizzare soprusi o per evitare responsabilità. La distanza tra ridere e coprire è sottile. Per questo l autoironia autentica deve accompagnarsi a un senso critico ben allenato. Senza quello diventa fuga non terapia.