Perché le persone nei loro 70 anni coltivano la positività ogni giorno. La psicologia dice che si può allenare

Non è un caso che molti settantenni che conosco si alzino la mattina con un piccolo rituale di gratitudine. Non è posture di facciata o vittimismo riconfezionato. È pratica. È ripetizione. È quel tipo di lavoro emotivo che la cultura contemporanea tende a liquidare come ‘innato’. Mi interessa capire cosa succede davvero quando lottiamo per essere più positivi in età avanzata e perché, spesso, funziona.

Un mestiere della mente

La positività quotidiana non è un accessorio natalizio che si indossa a feste. È un mestiere: si esercita ogni giorno. Nei miei incontri con persone sui settanta anni ho visto la differenza tra chi tratta la mente come un giardino e chi la lascia a sé stessa. I primi fanno piccoli lavori di sarchiatura emotiva: riconoscono pensieri ripetitivi, li rimodellano, li archiviano. Non c’è sempre serenità, ma c’è meno ingombro. E il risultato è sorprendente: gli stessi eventi dolorosi producono meno fratture esistenziali.

Perché l’età aiuta (ma non è tutto)

L’età porta esperienza. Questo è ovvio eppure spesso sottovalutato. Con settant anni di storie alle spalle si sviluppa una specie di grammaticamento emotivo: si riconoscono le strutture dei pensieri che portano al crollo e si impara a interromperle. Ma attenzione: esperienza non equivale automaticamente a positività. Alcuni invecchiano alla maniera più arida; altri scelgono di allenarsi. La differenza sta nelle pratiche mentali.

La scienza che non ama slogan facili

Negli anni la psicologia positiva ha dato strumenti concreti per comprendere come l’ottimismo possa essere insegnato. Non è magia. È metodo. È l’idea che il modo con cui interpretiamo gli eventi influenza comportamenti e benessere. Il concetto chiave è che l’approccio mentale è in parte modellabile. Per questo molti studiosi sostengono che si può lavorare sulla positività e ottenerne effetti duraturi.

“You can train your pessimists to become optimists.” Martin E. P. Seligman Professor of Psychology University of Pennsylvania.

Questa frase di Martin Seligman è semplice e perciò potente. Non pretende di trasformare la tristezza in gioia a comando. Dice però che i modelli interpretativi possono essere rimessi in discussione, e che esistono tecniche per farlo.

Come i settantenni praticano la positività davvero

I rituali osservati non sono tutti uguali, ma condividono caratteristiche comuni: ripetizione, concretezza, basso rumore di fondo. Alcuni tengono un diario breve con tre frasi ogni sera; altri si impongono di fare una telefonata significativa alla settimana; qualcuno costruisce una routine fisica che contiene anche un atto mentale riposante, come osservare un particolare speciale del paesaggio cittadino.

Quello che mi colpisce è la creatività delle pratiche: niente frasi preconfezionate, molte personalizzazioni. Un ex falegname mi ha spiegato che la positività per lui è una specie di misura: pesa le giornate con uno sguardo pratico e corregge le inclinazioni sbagliate. Una musicista invece interpreta alcuni giorni come tonalità minori e altri come maggiori e non giudica troppo presto.

Più allenamento meno spettacolo

La positività che resiste non è quella pubblicitaria. È sobria. Non cerca conferme, si accontenta di piccoli miglioramenti. Questo fa sì che gli uomini e le donne nei loro settanta anni che mantengono questa pratica non abbiano bisogno di racconti epici. Il loro linguaggio emotivo è diretto e a volte ruvido: riconoscono malinconia, la nominano e poi la spostano. Più pratica, meno bisogno di spettacolo.

Perché la società fraintende la positività

Una critica che faccio spesso riguarda la mercificazione della positività. Oggi va di moda una felicità patinata che più che educare distrae. Questo non aiuta gli anziani che cercano strumenti concreti. La positività utile è fatta di tecniche semplici, di abilità relazionali, di gestione della memoria. Ed è qui che la psicologia porta valore: non slogan ma esercizi ripetibili.

Voci di chi studia e pratica

Gli studi spesso convergono su un punto: l’abilità di reinterpretare eventi avversi è associata a maggiore resilienza. Non è una formula magica, ma un’azione quotidiana. Quando ho chiesto perché alcuni amici settantenni continuano a provare, la risposta è stata chiara: per non restare spettatori della propria vita.

Un punto di vista personale

Non credo che la positività sia un dovere morale. Imporla crea colpa. Piuttosto penso sia un’arte pratica: chi decide di coltivarla lo fa per avere più scelta sulle proprie reazioni. Io stesso ho sperimentato questi piccoli esercizi su persone che non sembravano interessate e, dopo qualche mese, ho visto cambiamenti concreti nella qualità delle relazioni familiari. Non serve diventare sorridenti seriali. Serve imparare a rispondere invece che reagire.

Qualche pericolo da evitare

Non tutti i metodi funzionano per tutti. Ci sono trappole: minimizzare il dolore, evitare relazioni che richiedono cura reale, o fingere ottimismo come se fosse maschera sociale. Gli anziani che funzionano davvero non nascondono il dolore; lo trattano. Questo è diverso dall’evitamento. Infine c’è il rischio di banalizzare le condizioni materiali: positività non risolve problemi concreti come l’isolamento o la povertà. Li può rendere più sopportabili ma non li cancella.

Un piccolo invito

Se avete settant anni o se conoscete qualcuno di quella generazione provate a osservare senza giudicare. Chiedete cosa fanno la mattina appena alzati. Non offrite consigli grandiosi. Ascoltate. Talvolta la cosa più efficace è sempre la stessa: presenza e piccole domande che sollecitano la pratica.

Questo articolo non esaurisce il tema. Non volevo descrivere una ricetta universale ma raccontare ciò che ho visto, sentito e capito. Restano molte domande: quanto influisce la cultura locale? Quanto pesa la rete sociale? Dove finisce il lavoro individuale e dove comincia la responsabilità collettiva? Non ho tutte le risposte e forse non è necessario averle per cominciare.

Tabella riepilogativa delle idee chiave

Idea Cosa significa
Positività come mestiere Si allena con pratiche ripetute e concrete.
Esperienza vs pratica L’età aiuta a riconoscere schemi ma serve l esercizio per cambiare la risposta.
Tecniche semplici Diario breve telefonate significative routine fisiche che includono attenzione.
Attenzione ai rischi Non minimizzare il dolore e non sostituire interventi sociali con sola terapia individuale.
Pratica sostenibile Preferire metodi sobrii e ripetibili a formule spettacolari.

FAQ

Quanto tempo serve per vedere risultati praticando la positività?

I tempi variano molto. Alcuni riportano cambiamenti percepibili in poche settimane se la pratica è costante e mirata. Altri impiegano mesi. La cosa importante è la regolarità e l adattamento delle tecniche al contesto personale. Non è una gara temporale ma una trasformazione di abitudine.

Serve avere un insegnante o si può provare da soli?

Molte pratiche possono essere intraprese da soli ma la guida di qualcuno esperto accelera il processo e aiuta a evitare le trappole. Per chi ha difficoltà relazionali o problemi di depressione persistente è consigliabile cercare supporto professionale. La comunità e la condivisione spesso fanno la differenza.

La positività quotidiana è adatta a chi ha subito perdite recenti?

Sì ma con delicatezza. Non si chiede a una persona in lutto di essere ottimista. Si possono invece suggerire esercizi che permettono di gestire il dolore senza forzature. La pratica utile in questi casi è quella che valorizza la memoria e al tempo stesso crea spazio per momenti di sollievo.

Come evitare che la positività diventi una maschera sociale?

Essere onesti con le proprie emozioni è essenziale. Le pratiche sane non mirano a cancellare sentimenti negativi ma a dargli una forma che non paralizzi. Dire la verità su come ci si sente e cercare supporto reale sono antidoti efficaci contro la maschera di facciata.

Quali sono segnali che la pratica sta funzionando?

Segnali concreti includono miglioramento nelle relazioni quotidiane, maggiore chiarezza decisionale, minori cicli di rimuginio e la capacità di riprendersi più rapidamente da eventi spiacevoli. Sono cambiamenti spesso sottili ma cumulativi.

Author

  • Antonio Romano
    Antonio Romano is the professional cook and owner behind Pizzeria Il Girasole, based in Faenza (RA), Italy.
    With years of practical experience in commercial kitchen environments, Antonio oversees daily operations, menu development, ingredient sourcing, and service standards. His work focuses on consistency, preparation methods, and the disciplined execution of traditional Italian cooking techniques.
    Every dish served at Pizzeria Il Girasole reflects hands-on experience rather than theoretical trends. From dough preparation and timing to temperature control and final presentation, Antonio maintains direct involvement in the standards that define the restaurant’s kitchen.

    Editorial Responsibility
    Antonio is responsible for:

    Reviewing and approving all website content

    Ensuring menu descriptions reflect actual dishes served

    Maintaining accuracy of published restaurant information

    Overseeing updates related to operations or services

    All content published on https://yellowgreen-llama-591100.hostingersite.com is created or reviewed under his direction to ensure it accurately represents the restaurant.

    Professional Approach
    Antonio’s approach to cooking is based on:

    Ingredient knowledge

    Methodical preparation

    Attention to timing and balance

    Respect for traditional Italian techniques

    The website reflects the same philosophy applied in the kitchen: clarity, precision, and consistency.
    https://www.facebook.com/imantonioromanochef/

     

Leave a Comment