La frase Why Older Generations Call It Character—and Younger Generations Call It Burnout rimbalza nella mia testa da mesi. Non la uso come slogan da social ma come lente: mi chiedo cosa accade quando due epoche guardano lo stesso comportamento e lo battezzano in modo opposto. Qui provo a mettere a fuoco. Non pretendo di risolvere la disputa.
Un linguaggio diverso per la stessa scena
Quando una nonna resiste a turni lunghi senza lamentarsi si sente raccontata come persona con carattere. Quando un trentenne crolla dopo anni di straordinari e smart working incessante si parla di burnout. Il primo verbo implica ammirazione. Il secondo diagnostica un problema. La differenza non è solo lessicale. Racconta potere e consenso culturale.
Storie che plasmano giudizi
Ho visto padri che chiamavano fiacca la stanchezza dei figli e lavoratori che faticavano a spiegare il peso dell’ansia a capi che l’etichettavano come debolezza. Le storie che circolano in una comunità modellano la percezione del corpo e dell’io. Non è un errore lessicale: è una disputa su cosa sia accettabile sopportare.
Economia morale e nostalgia
La generazione che celebra il carattere ha spesso memoria di sacrifici visibili. Quel sacrificio è stato costruito intorno a istituzioni diverse: posti di lavoro più stabili, orari prevedibili e reti sociali che tendevano a nascondere i costi emotivi. Nostalgia non è innocente. Nostalgia difende uno statuto di valore che, quando cambia, suona come perdita.
Il prezzo del riconoscimento
Il riconoscimento sociale del sacrificio ha valore. Ma questo valore può occultare danni. Qui non voglio dire che la resilienza sia cattiva. Dico che chiamare tutto carattere ha impedito la domanda: quanto costa realmente continuare così?
Burnout come parola di potere
Per i più giovani burnout è parola per reclamare attenzione. Serve a nominare una fatica che non si adatta ai racconti eroici del passato. La parola crea un ponte tra esperienza individuale e dato collettivo. Quando il World Health Organization ha riconosciuto il burnout come fenomeno legato al lavoro ha cambiato la posta in gioco. Questo non elimina la responsabilità individuale ma ridistribuisce il discorso verso le condizioni.
Non tutte le etichette sono uguali
C’è un rischio reale: medicalizzare la stanchezza può spostare l’enfasi da cambiamenti strutturali a interventi personali. Ma il contrario, negare la parola, silenzia il corpo. Io credo che la tensione vada guardata senza scappare nella retorica facile.
Perché la discussione è politica
Questa non è una querelle tra generazioni che preferisco schierare con rabbia o con sorriso. È politica nel senso più concreto: decide quali problemi vengono affrontati e quali no. Se il dolore è carattere non si cambia l’orario. Se è burnout si discute di pratiche lavorative e di welfare. Le parole decidono l’oggetto dell’intervento.
Una mia osservazione in prima persona
Ho visto colleghi applaudire lunghi straordinari e poi accusare i giovani di lasciare il lavoro ai primi segni di stanchezza. Quella contraddizione mi infastidisce. Non perché amo la semplicità del nuovo, ma perché trovo ipocrita celebrare la resistenza senza chiedere a chi comanda come mai serva resistere così tanto.
Cosa resta irrisolto
Non ho la soluzione. E non mi piace quando qualcuno la vende a buon mercato. Forse serve un nuovo linguaggio che prenda il buono di entrambe le visioni. Forse serve smettere di usare parole per colpevolizzare. Forse serve anche più fatica collettiva nel mettere limiti e meno eroismo individuale come unica strategia. Resto con più domande che risposte e credo sia giusto così.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Nomina diversa | Determina cosa viene considerato problema e cosa virtù |
| Nostalgia e memoria | Proteggono uno status quo che può nascondere costi emotivi |
| Burnout come rivendicazione | Rende collettiva una sofferenza prima privata |
| Politica delle parole | Decide interventi sociali e organizzativi |
FAQ
Perché alcune persone rifiutano la parola burnout?
Perché la parola mette in discussione pratiche radicate e ruoli di potere. Accettare burnout significa ammettere che il contesto contribuisce a un danno. Molti trovano più semplice riaffermare vecchie etichette per non dover cambiare nulla. Aggiungo che per alcuni il termine suona come perdita della dignità del sacrificio e quindi viene respinto con forza emotiva.
Dire che qualcosa è carattere significa banalizzare la sofferenza?
Non sempre. Chiamare carattere può anche riconoscere una qualità di resistenza e affidabilità. Il punto è quando quella parola diventa strumento per ignorare la sofferenza e impedire discussioni su condizioni di lavoro e di vita. È lì che diventa problema.
Il linguaggio può davvero cambiare le condizioni di lavoro?
Il linguaggio crea cornici interpretative che influenzano politiche e pratiche. Se una comunità comincia a vedere la fatica come problema collettivo la pressione sull’organizzazione aumenta. Non è automatico. Ma il nome che diamo alle cose può facilitare o ostacolare il cambiamento.
Come possiamo parlare senza dividere le generazioni?
Serve ascolto reale e meno giudizio. Evitare il tono moralista aiuta. Anche riconoscere che il passato contiene esperienze utili senza mitizzarle. Non bisogna cancellare l’idea di carattere ma integrarla con consapevolezza sulle condizioni attuali. È un lavoro di pazienza e di comunità.
È possibile che entrambe le definizioni siano utili?
Sì. La sfida è saperle usare senza strumentalizzarle. Il carattere può esprimere valore morale. Burnout può nomeggiare un problema sistemico. Far convivere le due cose richiede intelligenza collettiva e, soprattutto, volontà di cambiare ciò che è ingiusto.