Perché le persone sui 70 anni raramente rinunciano agli altri. I psicologi spiegano come la speranza cambia il comportamento

Ho passato gli ultimi anni a osservare amici e parenti che raggiungono i settant anni e oltre. Non è una ricerca scientifica formale. È un archivio di piccoli segnali emersi nelle feste di famiglia nelle file davanti alle poste nelle telefonate a tarda sera. Ma c’è qualcosa di ricorrente che non si trova ancora nei titoli delle riviste popolari. Le persone nella settantina tendono a non mollare gli altri. Non è soltanto buona educazione o inerzia sociale. C’è una dinamica psicologica che trasforma la speranza in azione.

Non solo nostalgia ma un modo di leggere il presente

Spesso si racconta degli anziani come di depositari di ricordi e rimpianti. Questo racconto è parziale e comodo per chi non vuole guardare più a fondo. Chi ha 70 anni ha vissuto abbastanza da saper distinguere tra quello che finisce e quello che merita ancora energia. La speranza non è un sentimento nebuloso fatto di ottimismo inconsistente. È uno strumento pratico di lettura del presente. E quando una persona settantenne decide di restare vicina a qualcuno non agisce per sentimentalismo primordiale. Agisce perché la speranza ha ridefinito uno scopo concreto che vale la pena sostenere.

La speranza come mappa pratica

La teoria della speranza di C R Snyder, pur non spiegando ogni singolo atto umano, ci dà un linguaggio utile. Snyder ha scritto che la speranza combina la fiducia nella propria volontà e la capacità di trovare percorsi pratici verso gli obiettivi. Questo non significa che ogni gesto sia pianificato a tavolino. Significa che la speranza orienta verso soluzioni. E questo riduce la fuga emotiva che spesso vediamo nelle generazioni più giovani quando il problema sembra troppo complesso o troppo duraturo.

Simply put hope reflects a mental set in which we have the perceived willpower and the waypower to get to our destination. C R Snyder M Erik Wright Distinguished Professor of Clinical Psychology University of Kansas.

Perché la settantina resiste in modo diverso

Ci sono spiegazioni sociali. La rete di rapporti è più consolidata. Gli impegni familiari spesso non si dissolvono immediatamente. Ma queste non bastano; spiegano il contorno e non il cuore della questione. La differenza vera è che con l’età si sviluppano criteri più precisi su cosa merita impegno e cosa no. Meno tempo per cazzate. Più energia per le persone che resistono alle difficoltà.

La speranza agisce qui come una lente che filtra l’irrelevante e mette a fuoco cioò che può ancora cambiare. Se una relazione conserva una promessa di miglioramento o di dignità allora la persona anziana tende a puntarci. Non tutte le promesse sono uguali. Alcune vengono scartate con decisione. Non si tratta di un romanticismo indefinito ma di un calcolo emotivo semplificato dall’esperienza.

Il ruolo della responsabilità esperienziale

Chi arriva ai settant anni ha visto promesse che si sono infrante e altre che hanno retto. Questa memoria selettiva alimenta una responsabilità pratica verso gli altri. La responsabilità non sempre è morale nel senso alto del termine. A volte è semplice scelta di non generare nuovi sensi di colpa. Meglio restare vicino finché resta una strada praticabile che esporsi al rimpianto di non averci provato.

La speranza muove il comportamento. Davvero.

Non dico che la speranza sia un’arma magica che trasforma ogni ferita. Ma gli studi di psicologia motivazionale mostrano che la speranza aumenta la probabilità di azione e perseveranza. Anche quando le risorse fisiche diminuiscono, la chiarezza di uno scopo e la convinzione di poter individuare almeno qualche via percorribile bastano a mantenere l’impegno verso l’altro. In una parola la speranza fa da carburante e da bussola.

Un esempio pratico

Immaginate un uomo di settantacinque anni che si prende cura della moglie con demenza. Non sta combattendo contro la scadenza del tempo con gesti eroici e spettacolari. Sta costruendo microabitudini che rendono sostenibile la relazione. Non è la grande rinuncia romantica che appare nei film. È pratica ordinaria. E la pratica ordinaria nasce dalle aspettative realistiche di piccoli miglioramenti o di momenti di connessione che valgono lo sforzo.

Non tutto è determinato dalla speranza

Lasciatemi dire chiaramente che la speranza non giustifica abusi o il restare legati a dinamiche tossiche. Spesso la cultura ci spinge a idealizzare la costanza degli anziani come un valore assoluto. Io non lo credo. Occorre discernimento. La speranza sana distingue tra la possibilità di cambiamento e il mantenimento di una ferita dolorosa. Il punto che sostengo è che quando si sceglie di restare un elemento importante è la qualità della speranza stessa. Realistica e finalizzata oppure vaga e autoreferenziale.

Una domanda aperta

Mi interessa soprattutto capire come si costruisce questa speranza realistica. Non esiste una risposta unica. A volte arriva dall’amicizia di lunga data. A volte da una lezione subita e infine metabolizzata. A volte da un episodio di dolore che ha rivelato cosa conta davvero. Rimane qualcosa di non completamente spiegabile. Forse è una combinazione di narrazioni personali consolidate e di piccoli successi che rinforzano la credenza nella possibilità di cambiamento.

Un invito a ragionare diversamente

Se siete giovani e guardate gli anziani con fastidio per la loro presunta testardaggine, provate a chiedervi cosa stanno misurando con quella tenacia. Potreste scoprire che non resistere è quindi una forma di abdicazione a un ruolo sociale che ha una funzione reale. Se siete anziani e vi riconoscete in questo racconto, pensate a come usare la speranza come strumento e non come alibi. Esserci per gli altri non sempre richiede sacrificio eroico. Spesso richiede semplicemente presenza ragionata e qualche scelta limpida.

Conclusione

Persone nei loro settanta raramente rinunciano agli altri per motivi che vanno oltre il sentimentalismo. La speranza, nella sua versione più concreta, orienta verso azioni sostenibili. La ricerca sulla teoria della speranza ci offre un quadro ma non chiude la questione. Rimane una dimensione umana che mescola memoria responsabilità e aspettative pratiche. Io penso che imparare a riconoscere la speranza utile sia una delle competenze più preziose che possiamo coltivare a tutte le età.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Idea Perché conta
Speranza come strumento pratico Trasforma obiettivi vaghi in percorsi concreti.
Esperienza selettiva Permette di scegliere dove investire tempo ed energie.
Responsabilità esperienziale Riduce rimpianti e alimenta impegni sostenibili.
Speranza realistica Distingue tra restare per valore e restare per abitudine dannosa.

FAQ

Perché la speranza fa agire anche quando le risorse fisiche diminuiscono

La speranza aiuta a individuare percorsi pratici e piccoli obiettivi piuttosto che grandi trasformazioni. Questo rende le azioni meno dispendiose e più ripetibili nel tempo. Non è magia. È una ristrutturazione cognitiva che mette in fila priorita e microstrategie.

Gli studi dimostrano che le persone anziane hanno più speranza

Non esiste una regola universale. Alcuni studi mostrano che la speranza dipende da fattori personali sociali e di salute. L’esperienza tende a dare strumenti per valutare realisticamente le situazioni e questo spesso si traduce in speranza applicata. Ma i contesti di povertà o isolamento possono cancellare anche questa capacità.

La tenacia degli anziani è sempre positiva

No. Esistono situazioni in cui restare produce danno. La sfida consiste nel coltivare una speranza che riconosce limiti e trova vie alternative. Essere coerenti non equivale sempre a essere giusti o saggi.

Come si coltiva una speranza utile nella vita quotidiana

Si comincia con obiettivi piccoli e verificabili. Si costruiscono percorsi concreti. Si condivide il peso con altri quando possibile. Si impara a valutare i segnali di cambiamento e a modificare la rotta. Tutto questo si traduce in comportamenti sostenibili più che in parole d’ordine.

La speranza può essere insegnata o trasmessa

Sì ma non come formula pronta. Si trasmette attraverso esempi concreti storie di fallimenti trasformati in lezioni e pratiche ripetute. La narrazione gioca un ruolo, così come la possibilità di sperimentare piccoli successi che costruiscono fiducia.

Author

  • Antonio Romano
    Antonio Romano is the professional cook and owner behind Pizzeria Il Girasole, based in Faenza (RA), Italy.
    With years of practical experience in commercial kitchen environments, Antonio oversees daily operations, menu development, ingredient sourcing, and service standards. His work focuses on consistency, preparation methods, and the disciplined execution of traditional Italian cooking techniques.
    Every dish served at Pizzeria Il Girasole reflects hands-on experience rather than theoretical trends. From dough preparation and timing to temperature control and final presentation, Antonio maintains direct involvement in the standards that define the restaurant’s kitchen.

    Editorial Responsibility
    Antonio is responsible for:

    Reviewing and approving all website content

    Ensuring menu descriptions reflect actual dishes served

    Maintaining accuracy of published restaurant information

    Overseeing updates related to operations or services

    All content published on https://yellowgreen-llama-591100.hostingersite.com is created or reviewed under his direction to ensure it accurately represents the restaurant.

    Professional Approach
    Antonio’s approach to cooking is based on:

    Ingredient knowledge

    Methodical preparation

    Attention to timing and balance

    Respect for traditional Italian techniques

    The website reflects the same philosophy applied in the kitchen: clarity, precision, and consistency.
    https://www.facebook.com/imantonioromanochef/

     

Leave a Comment